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L’eredità della pandemia

Incertezza nel futuro, crescita dei fenomeni di dipendenza da smartphone o simili e paura di un nuovo lockdown. Ma anche la necessità di mettersi in discussione e mettere in discussione le proprie scelte di vita. Mentre molti paesi sono alle prese con nuove restrizioni, figlie del nuovo aumento dei contagi da Covid e dal timore della variante Omicron, abbiamo chiesto al dottor Davide Parlagreco, Psicoterapeuta, quale sarà l’eredità della pandemia e delle restrizioni che ci ha imposto.

“L’effetto delle restrizioni e della mancata socialità, è scontato dirlo, ma è una severa limitazione della libertà personale di espressione e di esplorazione. Libertà che, sia per la giovane età che per l’età adulta, rappresentano comunque il fondamento dell’appagamento psichico. Il benessere è una questione multidimensionale, che abbia a che a fare con il lavoro, con la famiglia o con la sessualità è sempre dato dall’esperienza che si fa dall’incontro con il mondo. Per i giovani, sia per i bambini che per gli adolescenti, il gruppo dei pari è il primario aspetto di crescita psichica. Molti miei pazienti adolescenti hanno lamentato, molto più di quanto non avvenisse in passato, fenomeni di ‘smartphone addiction‘ durante il lockdown”.

Quali sono le fasce d’età che più hanno sofferto e che più soffriranno le conseguenze di quanto accaduto e ancora in corso? I giovani colpiti nel loro periodo formativo o gli anziani lasciati più soli?

“Non posso stabilire quale abbia sofferto di più, però sicuramente le modalità di danneggiamento di queste categorie sono differenti. Nell’anziano viene a mancare quella vicinanza che ha anche un significato ‘assistenziale‘, mentre nel giovane le conseguenze assumono più una caratteristica di una deprivazione di esperienze di vita, costruttiva e fondamentale per quel tipo di età. Nell’anziano si va ad esacerbare ulteriormente una sofferenza già preesistente, mentre nel giovane viene proprio preclusa o almeno sospesa l’esperienza fondante della transizione dell’età della giovinezza”.

Per gli adulti, per chi è in età lavorativa, come è cambiato il rapporto con il lavoro?

“Credo che per gli adulti si possano individuare due tipi di risposte a questo periodo. Il Covid ci ha costretto a riconsiderare il nostro stile di vita sia in termini oggettivi-ambientali, sia in termini soggettivi. E questo lockdown ci ha costretto a metterci in discussione, mettere in discussione le nostre scelte e il nostro percorso. In alcune persone questo ha determinato una maggiore coscienza e quindi la capacità di far fronte ad alcune necessità della propria psiche, di migliorare la propria qualità di vista compatibilmente con il contesto esterno. Per altri invece, dopo un’iniziale periodo di risveglio di coscienza, la spinta si è andata affievolendo con il ritorno alla normalità. Ho notato nei miei pazienti un atteggiamento molto differente tra il primo lockdown e i successivi. All’inizio sentivo discorsi sulle nuove prospettive, possibilità, mentre durante le successive limitazioni si sono mantenuti su un vissuto di fastidio e non vedevano l’ora che tutto tornasse alla normalità”.

Perché è importante evitare e cosa accadrebbe se fossimo sottoposti a nuove limitazioni?

“Percepisco spesso nei miei pazienti quest’ombra buia dietro i loro racconti, in tanti ambiti, da quello personale a quello lavorativo, l’influenza del Covid è sempre presente. Alcuni per l’idea di un ritorno a limitazioni severe hanno sviluppato un vero e proprio atteggiamento fobico, altri hanno sviluppato una certa instabilità a livello psicologico. Diversi ragazzi che stanno finendo il liceo, visto il periodo di grande incertezza sul futuro, si domandano perché iscriversi all’università, perché cercare la propria strada se il mondo sta andando a rotoli. Io, lavorando in una clinica psichiatrica, vedo poi come è cambiata la vita dei pazienti. Prima della pandemia, chi poteva, aveva una vita che gestiva più o meno autonomamente e aveva quindi accesso al mondo esterno. Dalla prima chiusura in poi queste persone non possono uscire e hanno perso proprio la ricostruzione di un’autonomia, che è l’elemento centrale della riabilitazione psichiatrica”.

Quali sono i meccanismi psicologici che fanno dubitare o addirittura rifiutare il vaccino, nonostante questo sia da tutta la comunità scientifica ritenuto e definito più che sicuro?

Nella nostra società sono venuti a mancare quei dettami e quelle regole che strutturavano la coscienza collettiva e che gli davano stabilità. A volte sicuramente limitanti ma che giocavano un ruolo di stabilizzazione della massa. Questo spiega, nonostante si viva in un epoca di informazione, perché sia sempre più dilagante il complottismo. E non ha a che fare solo con i no vax, ma è qualcosa di preesistente. Questo sottende una sorta di substrato paranoide non patologico ma problematico che emerge da questa mancanza di stabilità data dalla mancanza di strutture che la post modernità ha determinato.